Nel 1918, l’antico monastero — già segnato dal tempo e dall’abbandono — viene affidato ai Salesiani con l’incarico di accogliere gli orfani di guerra. Il convento, allora fatiscente, diventa casa, rifugio e scuola. Le cronache dell’epoca parlano di “scale dirute, muri cadenti e stanze ammuffite”. Ma dove gli occhi vedevano rovina, il cuore salesiano vedeva Provvidenza.
Durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, il complesso subisce gravi danni. La facciata della chiesa crolla, portando via con sé il portale seicentesco di Paolo Amato e le lapidi medievali. Sotto le macerie, perdono la vita orfanelli e religiose. Ma la speranza non muore: negli anni ’50, la ricostruzione restituisce dignità al luogo, con interventi che intrecciano memoria e innovazione.
Dal 1968 in poi, l’Istituto si trasforma: da orfanotrofio a centro sociale, da rifugio per bambini a presidio per famiglie e immigrati. Nasce un osservatorio epidemiologico, poi un poliambulatorio con dermatologia, neuropsichiatria e pediatria. Nel 1990 prende vita anche il servizio di accoglienza notturna. Sempre con lo stesso spirito: servire i poveri, gli emarginati, chi non ha voce.
Negli ultimi decenni, Santa Chiara ha continuato a scrivere la sua storia con l’inchiostro dell’accoglienza. Mentre il mondo cambiava, tra crisi migratorie e nuove povertà, la Casa ha aperto le sue porte a chi cercava riparo, dignità, futuro. Ha accolto uomini e donne in fuga da guerre e miserie, offrendo non solo un tetto, ma anche istruzione, ascolto, integrazione. Con la crisi ucraina, anche famiglie spezzate dalla guerra hanno trovato qui un rifugio sicuro, un abbraccio concreto. E oggi, tra le mura che hanno visto secoli di storia, vivono decine e decine di giovani — italiani e stranieri — che ogni giorno chiamano Santa Chiara “casa”. Non per convenzione, ma per sentimento. Qui si studia, si cresce, si sogna. Si condividono pasti, risate, silenzi. Si impara che la diversità è ricchezza, che la fragilità è forza, che l’altro è sempre un fratello. E tutto questo accade nello spirito di Don Bosco, che voleva case vive, non solo edifici: luoghi dove ogni ragazzo potesse sentirsi amato, accompagnato, valorizzato.
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